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           La Testimonianza di Maria Grazia Maria Grazia è una giovane donna conosciuta un paio di anni fa a causa della sua malattia. Mi ha sorpreso  fin dal primo momento la sua grande forza d'animo, la  sua certezza nel percorrere una strada che quasi sempre destabilizza ed  avvilisce. Lei va avanti con gioia, con diligenza, senza contrasti o lotte. Non porta  avanti battaglie contro la malattia, anzi, sembra sempre sè stessa, con tutto ciò  che la riguarda, compreso il male. E' particolare in lei la vitalità che esprime negli  occhi, nel sorriso, nel timbro e tono di voce, anche quando le sue condizioni  cliniche sono scadenti. Mi è difficile pensare a lei in termini usuali quali “affronta le difficoltà, affronta la vita, si misura con la vita” ; di lei penso soltanto che Vive. Ed  è incoraggiante ed istruttivo starle vicino. Per questo mi è sembrato importante  non privarci del suo racconto, della sua testimonianza, che desidero qui riportare,  dopo aver posto a Maria Grazia alcune domande a cui lei ha risposto con  gentilezza, anche se emozionata, con generosità, considerando lo sforzo  fatto  per cogliere in sé stessa ogni più piccola sfumatura di sincerità. D. Ti va di parlarmi della tua esperienza di malattia? Da quanto tempo e come la  stai vivendo?  R. Mi hanno diagnosticato un carcinoma al seno nel 2007. Di tipo T4, uno dei più  aggressivi. La cosa devastante è quando ti danno questa notizia. Mentre loro te lo dicono  l cervello si annienta completamente. Quel giorno ero andata in ospedale  da sola e quando la dottoressa, dopo avermi chiesto se fossi accompagnata da  qualcuno, da me incoraggiata, ha deciso di informarmi della diagnosi, ho sentito il capo girarmi, confuso e disorientato come se fossi entrata di botto in una nebbia  fitta. Avevo la sensazione di essere come dentro una bolla e allo stesso tempo  fuori. L'unico pensiero è stato “non è possibile, forse hanno sbagliato”. Ricordo  solo di avere chiesto con forza alla dottoressa, quasi ostinatamente, tutti i referti,  per poterli vedere con i miei occhi e potermi accertare che era davvero quella la  diagnosi. Non che lo desiderassi s'intende, ma era come se nella richiesta i miei  sensi, pur brancolando, potessero ritrovare l'orientamento e un centro di gravità.  La dottoressa non mi ha nascosto né la gravità della malattia, né la prognosi, che  io ho voluto conoscere: mi restava da sei mesi ad un anno di vita. D. Ma il tempo trascorso, se Dio vuole, contraddice quanto la ha detto il medico.  Cosa è accaduto? Era sbagliata la diagnosi? O che altro? R. La diagnosi era giusta. Ed io penso di essere stata fortunata. Fino a quel  momento io non sapevo di essere forte. Invece ho scoperto di esserlo proprio  nella circostanza più terribile. Potevo andare in depressione, quasi in automatico.  Non alzarmi la mattina, non aver voglia di far niente, vivere senza senso,  sopravvivere a malapena. In generale succede questo. A me non è successo. La  mattina del giorno dopo ho cercato di trovare un senso a tutto. Ho cominciato a  mettere ordine nella mia vita perché la notizia del tumore mi aveva fatto entrare in  un vortice, in un caos da cui ho sentito un prepotente bisogno di uscire. D. Puoi raccontarmi in che modo hai cercato di mettere ordine, di dare un senso a tutto? R. La mia vita mi è passata davanti come un film. In quel momento io posso  scegliere quello che mi fa stare bene e scartare il resto. Posso suddividere le  giornate in pezzi, in pagine, direi, scegliere quelle migliori e buttare quelle  sbagliate. Ho cominciato a fare le cose che non avevo mai fatto prima. Ho  cominciato a riconoscere ed assaporare la qualità della vita al posto della  quantità. Ed ero felice perché imparavo a selezionare in base a nuovi valori che  davano un colore ed un peso diverso alle mie giornate. Ho scoperto per la prima  volta che scegliere rende felici. Sì, ho scelto di essere più leggera, più felice,  giorno per giorno, ogni giorno per sé stesso. D. Puoi raccontare meglio, come si è fatto strada in te questo desiderio di gioia, di felicità? R. In questa mia ricerca di felicità mi è venuto incontro il Buddismo. Credo che  questo sia stato l'inizio, ma poi non so… perché sono convinta che qualunque sia l'appartenenza religiosa di ognuno, quello che conta è il desiderio forte di cercare  la via del senso e dell'ordine, la via della gioia di vivere, giorno dopo giorno.  Questa gioia di per sé è già uno slancio dello spirito che si eleva e cerca qualcosa che è sopra di noi. Allora si accettano con piacere i riti, le preghiere, gli esercizi  spirituali. A me è accaduto col Buddismo, ma non è detto. Avevo sentito parlare di Buddismo già nel 1987 da una mia cara amica, ma solo nel 2007 si è ripresentato  in maniera decisivae significativa nella mia vita. In quei giorni difficili la mia amica  mi ha proposto di tentare la via della “Recitazione”.  D. Puoi dirmi di che si tratta, cos'è questa “Recitazione”? R. La Recitazione è “uno stare”. Non è un fare, non è pensare. E' come uno stare  davanti allo specchio e vedere sé stessi, non solo il corpo, ma l'anima. Lì davanti,  riflessa lì, tu puoi fare anche una valutazione di quello che non ti va bene e lo puoi trasformare in uno stato di benessere, in contatto col tuo essere profondo, col  desiderio di cambiare il dolore in gioia. Quindi alla fine della Recitazione ti senti  come rinnovata. Quando facevo la chemio la Recitazione mi ha aiutato molto in quei momenti così difficili e nei periodi di  maggiore debilitazione psicofisica mi ha dato forza e serenità. D. Quindi il Buddismo è la fonte della tua gioia o almeno della tua forte  aspirazione a raggiungerla, mi sembra di capire. R. Il Buddismo ha risvegliato una forza interiore che non sapevo di avere, ma che  esisteva, sopita, come sotto la cenere, mi ha aperto alla vita e dunque anche agli  altri. Si è acceso in me il desiderio di incontrare e condividere con altre persone;  ho riconosciuto il bisogno dell'altro, dell'aiuto umano, della solidarietà perché  l'isolamento e la solitudine sono disumani. Il bisogno e la gioia di relazioni umane  mi fanno sentire quanto significato c'è nella vita. La malattia non può diventare un tabù, che mi rende opaca e non vera, non può e non deve isolarmi. Il Buddismo  stesso insegna ad essere in connessione con tutti gli esseri viventi e con l'intero  pianeta. E io sento che questo mi fa stare bene. Ad un certo punto infatti non mi  sono vergognata di chiedere aiuto ai volontari della Quavio. Era un momento  particolarmente difficile per me, da vari punti di vista. Era il 2013 e si era  affacciata una recidiva del tumore. Alle difficoltà psicofisiche si aggiungevano altre di natura pratica. Avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse nelle questioni  burocratiche, che mi andasse a ritirare le prescrizioni dal medico ed a prendere i  farmaci, oppure che mi accompagnasse agli ambulatori ospedalieri. Avere  ricevuto questi aiuti è stato importante non solo dal punto di vista pratico, ma  sopratutto da quello affettivo e morale. Non mi  sono sentita mai sola, mai  abbandonata ed ho potuto e posso contare su persone disponibili a starti accanto con discrezione, competenza e sensibilità. Ho potuto e posso contare sulla  condivisione, su quei gesti di generosità che riscaldano e fanno bene al cuore.  Avere scoperto il grande significato della condivisione e della relazione è stato per me un dono che la malattia mi ha fatto.